Archivi categoria: Portafiori

In due sulla vespa

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Romantico amarcord ai tempi del boom economico (ormai mitica chimera) o elogio funebre ad uno stile di vita? Agli eversori estetici l’ardua sentenza

Grazie ad Anna per la foto!

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Vaso con cani da caccia…

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Mia nonna teneva questo coso sul cassettone in camera da letto: è un vaso di ceramica con due cani da caccia, forse la madre e il suo cucciolo ormai cresciuto. Come il Topo Gigio, Anche questo oggetto doveva essere entrato a casa di mia nonna accompagnando un uovo di Pasqua, che se ne stava appoggiato, in bilico, come si può intuire, sull’imboccatura del vaso. Chissà quale idea di lusso riusciva a comunicare, allora, un simile soprammobile – la ceramica luccicante, le dorature, i colori cangianti… Mi viene in mente, per immediata associazione, il rilievo in gesso invetriato che ornava l’ingresso del palazzo di periferia dove, appunto, abitavano i miei nonni: il rilievo raffigurava due stambecchi, madre e cucciolo… Mamma cane con cucciolo… Mamma stambecco con cucciolo… Si dovrà indagare, prima o poi, sul successo di questi soggetti, diffusi spesso fra i soprammobili delle case popolari che, non senza  vanità, tentavano di darsi qualche pretesa borghese. All’origine di tutto metterei i soprammobili che raffigurano Bambi, il protagonista strappalacrime del tristissimo film Disney; il cerbiatto che si trova in tante versioni di ceramica, più o meno fedeli, più o meno belle, in vendita ancora oggi, nei mercatini dell’usato o in rete – e catalogate sotto categorie come “modernariato” o “vintage”.

Topo Gigio di ceramica!

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La Pasqua incombe… così vado a rispolverare (con la mente) il Topo Gigio di ceramica di mia nonna… o meglio, di mio nonno: lei lo odiava, lui lo adorava. Un giorno mia nonna lo aveva fatto cadere deliberatamente, e la testa si era staccata dal collo. Mio nonno l’aveva raccolta, incollata al collo, e come se nulla fosse accaduto aveva rimesso il Topo Gigio di ceramica al suo posto – al centro della credenza anni Settanta che aveva sostituito, ormai da anni, il vecchio buffet in stile Chippendale. Ma la Pasqua cosa c’entra? Semplice: questo enorme soprammobile di ceramica serviva in origine ad accompagnare un grande uovo di cioccolato, che trovava posto sul barile stilizzato montato alle spalle di Topo Gigio. Finito l’uovo, restava il soprammobile da usare come vaso: io lo ricordo pieno di fiori secchi, sostituiti, negli ultimi tristi anni, da mazzetti di roselline rosse in PVC.

Del Pierrot

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La maschera di Pierrot nasce in Italia verso la fine del Cinquecento, ad opera di Giovanni Pellesini, attore della Compagnia dei Gelosi. Il suo personaggio di nome Pedrolino era una variazione sul tema dello Zanni, il servo, di cui indossava l’abito bianco e ampio. Servo accorto e fidato, pronto a intessere imbrogli che poi districava con grande abilità, per trarre d’impaccio il proprio padrone, Pedrolino era un personaggio forte, di primaria importanza nell’economia della commedia. Il personaggio seguì i Gelosi in Francia, dove ebbe immediato successo, entrando a far parte degli scenari delle Compagnie francesi con il nome di Pierrot. Nella versione francese Pierrot perde gran parte della sua astuzia, conservando solo l’onestà e l’amore per la verità, spinto a volte fino all’eccesso. Dopo un periodo di declino il personaggio tornò in primo piano grazie all’interpretazione del mimo Jean-Gaspard Debureau (1796-1846), che gli infuse nuova energia, impersonandolo dal 1826 al Théâtre des Funanbules. Debureau definì il costume che dopo di lui fu tipico di Pierrot: un ampio abito bianco formato da casacca e pantaloni, ornato da bottoni neri, una piccola coppolina nera sul capo e il viso imbiancato. Con Debureau Pierrot assunse un carattere molto più forte e vitale, che il mimo trasmetteva attraverso le sue capacità espressive, le sue doti acrobatiche e interpretative straordinarie, a detta dei testimoni dell’epoca.

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